a cura di Alessandro Vietti


Delos delle Scimmie - Il film originale

Pagina 1 di 10 - 1 > 2 > 3 > 4 > 5 > 6 > 7 > 8 > 9 > 10 - versione stampa

SPECIALE


33 anni fa usciva Il pianeta delle scimmie, un film "fenomeno" destinato a fare epoca, una pellicola che divenne ben presto un cult movie e il cui incredibile successo diede l'impulso per addirittura quattro sequel realizzati nell'arco di soli cinque anni. Ecco come andarono le cose.

"Cornelius, sii scimmia!"

Cosa mai ci troveremo di così affascinante nelle scimmie? La domanda sorge spontanea se ci rendiamo conto di quanto i primati siano stati protagonisti dell'immaginario dei primi cento anni di cinema. Senza considerare le sterminate apparizioni di Tarzan e della sua controparte pelosa (a oggi l'Internet Movie Database conta una novantina di titoli su Tarzan), di quadrumani più o meno famosi passati per il grande schermo ce ne sono veramente una quantità da far girare la testa. Dal primo King Kong del 1932 di Morian C. Cooper e Ernest B. Shoedsek con tutta la sterminata "prole" legittima e non che avrebbe avuto, a Il Re dell'Africa (1949, Mighty Joe Young - ancora di Ernest B. Schoedsack), di cui abbiamo assistito a un recente remake ne Il grande Joe (1998, Mighty Joe Young - di Ron Underwood); dal mediocre Bonzo, la scimmia sapiente (1951, Bedtime for Bonzo - di Frederick de Cordova), in cui un tal Ronald Reagan vestiva i panni di un professore convinto di provare le sue teorie sulla formazione del carattere allevando uno scimpanzé come un figlio e andandoci pure a letto insieme (!), fino al più recente e interessante Monkey Shines - Esperimento nel terrore (1988, Monkey Shines - An Experiment in Fear - di George A. Romero), passando per le indimenticabili scimmie della lunga sequenza di apertura di 2001: odissea nello spazio (1968, 2001: A Space Odissey - di Stanley Kubrick). Nel corso degli anni, insomma, i produttori cinematografici hanno sempre dimostrato di avere una speciale predilezione per i nostri "cugini" quadrumani. E allora torna la domanda iniziale. Perché? Perché le scimmie? Perché gli animali "umanizzati" - e che cosa, meglio di una scimmia, è possibile "umanizzare"? - mettono in ridicolo le debolezze degli esseri umani? Perché proprio per questo più facilmente ci fanno ridere o ci fanno paura? Oppure perché costituiscono una sorta di malinconico amarcord genetico, di atavico ricordo di com'eravamo qualche migliaio di anni fa? O... di come potremo essere tra qualche migliaio di anni?

Il francese dei "primati"


Un'idea di questo genere, peraltro non del tutto originale (nel 1941 in Gorilla sapiens, Genus Homo, L. Sprague de Camp e P. Schuyler Miller immaginano proprio uno scenario futuro dove le scimmie sono i nuovi dominatori del pianeta), scattò a Pierre Boulle, un ingegnere elettrotecnico francese con la vocazione della scrittura che nel 1963 pubblicò Il pianeta delle scimmie (La planète des singes, ed. it. Classici Urania n. 292 - Mondadori) tra l'indifferenza generale. Va detto che a quell'epoca, Boulle aveva già firmato un romanzo che, se da un lato non aveva sbancato le librerie, dall'altro aveva invece sfondato attraverso il grande schermo. Già, perché sono di certo in pochi coloro che sanno che Pierre Boulle è l'autore de Il ponte sul fiume Kwai (1952, Le pont de la rivière Kwai), romanzo dal quale nel 1957 venne tratto il celeberrimo omonimo film di David Lean con William Holden e Alec Guinness, leggendaria pellicola bellica destinata a restare negli annali della cinematografia. Tuttavia, malgrado le sue numerose opere impegnate sul fronte della guerra e ambientate nel sud-est asiatico, luogo che Boulle conosceva bene grazie a una sua lunga permanenza in Malesia e Indocina a partire dal 1938 dove servì l'esercito e i servizi segreti francesi durante la Seconda Guerra Mondiale, non abbiano mai fruttato a Boulle la ribalta letteraria internazionale, sembra esserci stato un insolito destino che lo ha portato ad avere fortuna a Hollywood, visto che due suoi romanzi divennero autentici "cult movie" che passarono alla storia del cinema. E se per Il ponte sul fiume Kwai è, se non prevedibile, almeno assai ragionevole, visto che Boulle aveva descritto una realtà che aveva vissuto in prima persona, per Il pianeta delle scimmie il fenomeno risultò del tutto inatteso, tanto più che Boulle non era mai stato uno scrittore di letteratura fantastica prima di quell'esperienza, né lo sarebbe più stato in futuro. Forse è per questo che il grande successo del film non lo impressionò mai particolarmente, poiché da sempre Boulle considerò questa sua opera come "minore". Con tutta probabilità, proprio perché Boulle non era uno scrittore di fantascienza, non si era reso conto di quanto potente fosse la sua idea. E se c'è una cosa che la fantascienza e il cinema hanno in comune è proprio questa: il bisogno di idee potenti.

Continua




Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione in tutto o in parte del testo e delle fotografie senza la previa autorizzazione della direzione di Delos Science Fiction e degli aventi diritto.