punti di vista diversi di Roberto Quaglia

Ciò che s'incontra qui appartiene alla Grande Famiglia delle Tracce di Quaglia, cioè quella roba che avanza quando qualcuno che si chiama Quaglia esiste senza farne segreto.


Antiglobalizzazione e terza guerra mondiale: il tramonto delle allucinazioni

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PENSIERO STOCASTICO

Vediamo però di entrare nel vero e proprio merito del movimento antiglobalizzazione. E subito ci troviamo in un ambito di interessanti contraddizioni e paradossi.
Il primo dei paradossi è che il movimento antiglobalizzazione è esso stesso un prodotto della globalizzazione. In occasione di ogni G8 gli antiglobal confluiscono nella città del meeting provenienti da ogni luogo del mondo (soprattutto del mondo ricco). Il movimento antiglobalizzazione cresce e si organizza anche mediante Internet. E cosa più di Internet può mai essere motore ed emblema del fenomeno della globalizzazione? Il movimento antiglobalizzazione è quindi intrinsecamente una parte del più ampio fenomeno della globalizzazione.
Nel periodo dei disordini di Genova io mi trovavo in Romania. Dato che ho vissuto buona parte della mia vita a Genova, mi è sembrato di rimetterci a non trovarmi a Genova l'unica volta nella mia vita in cui a Genova è successo qualcosa, ma questo è un altro discorso (tra l'altro ho abitato per 20 anni proprio in faccia alla ormai nota scuola Diaz, ma questo è ancor meno interessante per il lettore - mentre lo è parecchio per me). Menzionavo la Romania poiché in un telegiornale della televisione rumena, in cui si riportavano i disordini di Genova, il commentatore osservava quanto fosse curioso il fatto che a protestare contro la globalizzazione fossero dei cittadini di paesi che dal fenomeno della globalizzazione traggono tutti i vantaggi. Eh, già. Un fatto curioso. Antiglobal generici, feroci black bloc ed ecologisti sinceri sono confluiti a Genova su automobili inquinanti pieni di benzina rubata ai paesi arabi, o con treni o aerei composti di materie prime comunque sottratte ai paesi poveri, vestiti di abiti prodotti da multinazionali che sfruttano il lavoro a basso costo (e spesso anche minorile) dei paesi poveri, spendendo soldi guadagnati foraggiando il sistema in un modo o nell'altro (non esiste modo di guadagnare denaro senza foraggiare il sistema di cui si fa parte). Una contraddizione assai interessante. Resa vieppiù sconcertante dall'inadeguatezza del bersaglio. Cosa c'entrano infatti i capi di stato delle otto nazioni più industrializzate del mondo con i problemi del mondo?
In una democrazia, è il popolo ad essere sovrano. I governanti altro non fanno (né possono fare) che agire in sintonia con il volere della maggioranza della popolazione. Un governante che violasse il volere dei suoi elettori non sarebbe rieletto, a meno che i suoi elettori non siano completamente cretini. In ogni modo, in una democrazia la responsabilità finale andrebbe sempre agli elettori, non ai governanti. Se un capo di governo europeo domani decidesse di vietare la circolazione automobilistica in virtù del fatto che la benzina che bruciamo non è nostra perché l'abbiamo rubata agli arabi e che i prodotti di combustione della benzina uccidono causando cancro e per le altre mille ottime ragioni per le quali la circolazione automobilistica andrebbe eliminata dalla faccia della terra - ebbene, tale capo di governo verrebbe destituito immediatamente dalla rabbiosa reazione popolare, e sostituito con un altro più ossequioso della volontà della gente. Tale esempio si applica anche a tutti gli altri privilegi che i cittadini del ricco mondo occidentale hanno proprio in virtù del loro sistematico sfruttamento delle risorse del terzo mondo. Qualsiasi privilegio ingiusto venisse abolito da un governante illuminato significherebbe la fine politica immediata di tale governante, ed il subitaneo ripristino del privilegio da parte del governante successivo.
Questo principio è valido in tutte le nazioni democratiche.
Vediamo allora che l'unico vero colpevole delle ingiustizie del mondo sono i cittadini dei paesi ricchi non disposti a rinunciare ai loro privilegi. Ipocritamente, per sentirsi più buoni, si getta eventualmente la colpa sui governanti dei G8, indubbiamente un buon agnello sacrificale, invece che prendersela con il proprio vicino di casa o con se stessi (quando in prima persona non si è disposti a rinunciare per primi ai propri privilegi). Altro capro espiatorio prediletto sono le multinazionali. Bene, le multinazionali sono certamente più colpevoli dei governanti, ma... cos'è una multinazionale? Non ci sono persone in una multinazionale, ma solo consigli d'amministrazione, i cui componenti umani sono intercambiabili. La multinazionale non è un organismo umano, e quindi non può avere alcuna colpa, poiché è un'entità amorale. Dare la colpa ad una multinazionale è come dare la colpa ad un'automobile, al proprio computer o ad una tazza di caffè. Il potere di una multinazionale nasce da coloro che usano i suoi servizi. Non c'è modo di colpire una multinazionale se non boicottando i suoi prodotti. Quanti attivisti antiglobalizzazione fumano Marlboro o Camel? Quanti antiglobal bruciano benzina Esso, Shell, eccetera nelle loro auto e nelle loro molotov? Quanti dei black bloc che hanno dato fuoco alle banche hanno tuttavia altrove un conto in banca dove custodire i risparmi? Potrei continuare con mille esempi. Tutta la gente comune (e anche quella meno comune) foraggia le multinazionali perché nessuno è disposto a rinunciare ai privilegi ai quali si è abituato. Siamo tutti dannosi. Ma sapere di essere dannosi è fastidioso, e allora si inscenano feste catartiche in cui si celebra la colpa di qualcun'altro. Di per sé la protesta contro le ingiustizie del mondo sarebbe corretta e sacrosanta. Diventa tuttavia surreale e grottesca quando in aggiunta alle inevitabili contraddizioni di base essa si trasforma in un insensato happening vandalico indiscriminato. Una grande festa popolare in cui diventa valido bruciare automobili di persone qualsiasi, insultare ed aggredire poliziotti senza particolari colpe in merito alle ingiustizie del mondo. Ma non è avventandosi contro i simboli che la realtà muta, dato che la magia non esiste. Lottare contro un nemico immaginario è più confortante che scoprire che il nemico del mondo sei tu, assieme a tua madre, tuo padre, tua sorella, tuo fratello e tutti i tuoi amici e vicini, assieme al tuo barbiere e al verduraio. Ma è grottesco, nonché terribilmente umano. Il movimento antiglobalizzazione nei paesi occidentali lotta quindi contro il proprio stile di vita, senza rendersi conto che non c'è soluzione di continuità tra il nemico e sé. Fa la guerra a se stesso illudendosi che sia qualcun'altro.
Continua


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