punti di vista diversi di Roberto Quaglia

Ciò che s'incontra qui appartiene alla Grande Famiglia delle Tracce di Quaglia, cioè quella roba che avanza quando qualcuno che si chiama Quaglia esiste senza farne segreto.


Antiglobalizzazione e terza guerra mondiale: il tramonto delle allucinazioni

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PENSIERO STOCASTICO

Come Philip Dick è capace di smontare la realtà e di far crollare tutte le certezze. Come Robert Sheckley è capace di riderci sopra. Ma per quanti paragoni si possano cercare, l'unica cosa certa è che Roberto Quaglia è unico. E forse è una fortuna.

Tra tutti i pensieri stocastici che ho scritto, questo potrebbe rapidamente diventare il più inutile, per almeno due motivi. Il primo motivo è che il mondo che noi conosciamo potrebbe ben presto finire e non si capisce a che cosa possa servire un pensiero stocastico in assenza di un mondo che se lo possa eventualmente leggere. Il secondo motivo è che la cronaca ha assunto, nel momento in cui scrivo, una connotazione di estrema criticalità unita ad un classico ritmo incalzante, ragione per cui il futuro è oggi più che in qualsiasi momento del nostro passato del tutto imprevedibile.
Scrivo infatti a pochi giorni dal clamoroso evento terroristico dell'abbattimento delle torri gemelle del World Trade Center di New York. Chi sta leggendo conoscerà certamente meglio del me stesso che sta scrivendo adesso gli sviluppi susseguitisi nel mondo dal momento dell'attentato in poi. Tuttavia, spesso il futuro non dura poco, e quindi immagino che un grosso margine di mistero continui a circondarti e forse a tormentarti, o lettore, che pure certamente sai qualcosa che io adesso ancora non so. Quindi, continuare a leggere quanto io ho scritto in quello che per te è il passato potrebbe rivelarsi come non del tutto insoddisfacente.
Confesso che in un certo qual modo mi sono sentito depredato. Della Terza Guerra Mondiale si discute da molti decenni quasi soltanto nel campo degli scrittori e lettori di fantascienza. Certamente se ne è discusso per decenni molto anche nelle sale riservate del Pentagono e dei ministeri della difesa delle grandi potenze mondiali, ma non erano discorsi che noi potessimo udire. La Terza Guerra Mondiale ci ha talvolta fatto l'occhiolino anche dagli schermi cinematografici, ma per lo più era un tema caro a chi scrivesse e leggesse fantascienza. Adesso che la Terza Guerra Mondiale sta diventando cronaca, essa è diventata di tutti, ed ovunque - sui giornali, in televisione, per la strada - se ne inizia a parlare, e presumibilmente se ne parlerà anche di più in futuro. Che si tratti di un fuoco di paglia o di un autentico cataclisma, ciò che ha iniziato ad accadere a partire dall'11 Settembre 2001 è ormai per noi e per i posteri (se ci saranno) ufficialmente la Terza Guerra Mondiale. Scrittori di fantascienza e di spionaggio, siete avvisati: da oggi il vostro immaginario si dovrà concentrare sulla Quarta Guerra Mondiale, perché della Terza si potrà fare solo la cronaca o la storia.
La Terza Guerra Mondiale è anche la Prima Guerra Surreale, una guerra formalmente dichiarata a non si sa bene chi. E' buffo, o meglio, tragicomico. Abbiamo negli ultimi anni visto svariare guerre (contro l'Iraq, contro la Serbia) non dichiarate. Anziché la guerra si dichiarava infatti la Pace o le Cattive Condizioni Climatiche o le Prescrizioni del Medico (vi ricordate le famose Missioni di Pace, le Tempeste nel Deserto, le Operazioni Chirurgiche?), eppure il nemico era perfettamente identificato in un popolo o in una nazione o in un regime. Adesso che il nemico è un fantasma, perché non si sa chi sia né dove si trovi, gli si dichiara formalmente guerra. Se cinquant'anni fa qualcuno avesse scritto di uno scenario del genere, sarebbe stata considerata letteratura inverosimile.
L'attacco kamikaze alle torri gemelle del World Trade Center è il drammatico epilogo di una condizione di crescente disarmonia tra il Ricco Mondo Occidentale ed il Resto del Mondo Povero che è andata sempre aumentando negli ultimi decenni, alimentando l'insorgenza di fenomeni di estremismo fanatico organizzato. Ma questo è quello che probabilmente potreste leggere in questi giorni su qualsiasi giornale di qualsiasi nazione. Vediamo allora di dire qualcos'altro. Dopotutto, siamo o non siamo appassionati di fantascienza?
Che la Terza Guerra Mondiale si sgonfi rapidamente o meno (dopotutto, è o non è la Terza Guerra Mondiale un'invenzione mediatica? cioè in pratica un film?), una cosa è certa : il disastro dell'11 settembre 2001 ha dimostrato che un gruppetto di persone sufficientemente incazzate ed organizzate è in grado di mettere in ginocchio la più potente nazione della terra. Si tratta di un nuovo paradigma, del quale tutti in futuro dovranno per sempre tenere conto. Dovranno tenerne conto le grandi e potenti nazioni della terra che sino all'11 settembre 2001 si gongolavano nell'illusoria bambagia di una presunta invulnerabilità. E purtroppo ne terranno conto anche i disperati di Ovunque, che da tale tragico precedente potrebbero trarre ispirazione e determinazione a mettere in atto azioni similari o peggiori. Paradossalmente, la tragedia dell'11 settembre 2001 potrebbe nel tempo forzare la creazione di un mondo leggermente più giusto di quello attuale. Di fronte all'ipotesi concreta di immani tragedie, anche nelle più grosse teste di cazzo può fare capolino qualche barlume di buon senso. I popoli ed i leader del mondo occidentale non potranno più chiamarsi fuori dai problemi di popoli e nazioni diverse e lontane, e nel contempo il mondo mussulmano dovrà decidersi a fare piazza pulita del fondamentalismo islamico che gli cova in seno, se vorrà evitare quella Quarta Guerra Mondiale che probabilmente ne segnerebbe il destino. Questo è lo scenario ottimista. Non è detto che si avveri.
La Terza Guerra Mondiale è per certi versi la guerra tra i ricchi e i poveri. I paesi del ricco mondo occidentale non ci pensano nemmeno a fare di nuovo la guerra tra di loro (come in effetti erano abituati a fare sino a pochi decenni fa) ; la guerra, tra i paesi occidentali ricchi, si fa coi soldi e non fa vittime visibili (e quelle invisibili sono invisibili). Poi ci sono i paesi poveri, che tra parentesi non sono neanche tutti poveri. L'Iraq, ad esempio è ricchissimo (annega nel petrolio), e se un milione di bambini è morto in Iraq negli ultimi dieci anni per assenza di farmaci non è perché non avessero denaro per comprarseli, ma perché noi (mondo occidentale) ci siamo rifiutati di venderglieli. Noi bravi e buoni occidentali abbiamo quindi appena assassinato un milione di bambini solo perché l'Iraq è un paese ricco che non fa parte del nostro club e ciò ci disturba, ma questo è un altro discorso che non c'entra con la Terza Guerra Mondiale... o invece sì? Il problema dell'esistenza dei paesi poveri non è mai stato un problema per il ricco mondo occidentale, anzi ! Senza i paesi poveri, non esisterebbe nessun mondo occidentale ricco. La ricchezza, in gran parte, è infatti prodotta dalla spietata predazione di risorse, sia umane (basso costo del lavoro) che materiali (petrolio comprato ad un prezzo di molto inferiore a quello dell'acqua minerale - quindi in pratica rubato, ecc.). Il problema nasce quando i paesi che noi vorremmo che fossero poveri non ci stanno a fare i poveri. La comprensione di questo stato delle cose da parte di una parte della popolazione dei paesi occidentali è alla base del fenomeno noto come movimento antiglobal.
Il movimento antiglobalizzazione è assurto agli onori della cronaca in Italia soprattutto con i disordini verificatisi a Genova nel luglio 2001 in occasione dell'incontro dei G8. Disordini di tale portata da spingere i G8 alla decisione di non effettuare più in futuro le loro riunioni in grandi città, bensì in piccole inaccessibili località superprotette. Decisione peraltro alquanto ottusa, poiché non è rimovendo il sintomo che si abolisce la causa del problema. Con tutta probabilità, infatti, la principale conseguenza di tale decisione sarà la moltiplicazione dei disordini durante le prossime riunioni dei G8 con la loro diffusione in tutte le città. Non potendo protestare in una singola città, gli antiglobal finiranno quindi per protestare in molte città, ed il fenomeno complessivamente lieviterà anziché ridursi. Nel tempo, i meeting dei G8 potranno addirittura diventare un appuntamento fisso per veri e propri movimenti insurrezionali su tutti i territori nazionali dei paesi industrializzati.
Vediamo però di entrare nel vero e proprio merito del movimento antiglobalizzazione. E subito ci troviamo in un ambito di interessanti contraddizioni e paradossi.
Il primo dei paradossi è che il movimento antiglobalizzazione è esso stesso un prodotto della globalizzazione. In occasione di ogni G8 gli antiglobal confluiscono nella città del meeting provenienti da ogni luogo del mondo (soprattutto del mondo ricco). Il movimento antiglobalizzazione cresce e si organizza anche mediante Internet. E cosa più di Internet può mai essere motore ed emblema del fenomeno della globalizzazione? Il movimento antiglobalizzazione è quindi intrinsecamente una parte del più ampio fenomeno della globalizzazione.
Nel periodo dei disordini di Genova io mi trovavo in Romania. Dato che ho vissuto buona parte della mia vita a Genova, mi è sembrato di rimetterci a non trovarmi a Genova l'unica volta nella mia vita in cui a Genova è successo qualcosa, ma questo è un altro discorso (tra l'altro ho abitato per 20 anni proprio in faccia alla ormai nota scuola Diaz, ma questo è ancor meno interessante per il lettore - mentre lo è parecchio per me). Menzionavo la Romania poiché in un telegiornale della televisione rumena, in cui si riportavano i disordini di Genova, il commentatore osservava quanto fosse curioso il fatto che a protestare contro la globalizzazione fossero dei cittadini di paesi che dal fenomeno della globalizzazione traggono tutti i vantaggi. Eh, già. Un fatto curioso. Antiglobal generici, feroci black bloc ed ecologisti sinceri sono confluiti a Genova su automobili inquinanti pieni di benzina rubata ai paesi arabi, o con treni o aerei composti di materie prime comunque sottratte ai paesi poveri, vestiti di abiti prodotti da multinazionali che sfruttano il lavoro a basso costo (e spesso anche minorile) dei paesi poveri, spendendo soldi guadagnati foraggiando il sistema in un modo o nell'altro (non esiste modo di guadagnare denaro senza foraggiare il sistema di cui si fa parte). Una contraddizione assai interessante. Resa vieppiù sconcertante dall'inadeguatezza del bersaglio. Cosa c'entrano infatti i capi di stato delle otto nazioni più industrializzate del mondo con i problemi del mondo?
In una democrazia, è il popolo ad essere sovrano. I governanti altro non fanno (né possono fare) che agire in sintonia con il volere della maggioranza della popolazione. Un governante che violasse il volere dei suoi elettori non sarebbe rieletto, a meno che i suoi elettori non siano completamente cretini. In ogni modo, in una democrazia la responsabilità finale andrebbe sempre agli elettori, non ai governanti. Se un capo di governo europeo domani decidesse di vietare la circolazione automobilistica in virtù del fatto che la benzina che bruciamo non è nostra perché l'abbiamo rubata agli arabi e che i prodotti di combustione della benzina uccidono causando cancro e per le altre mille ottime ragioni per le quali la circolazione automobilistica andrebbe eliminata dalla faccia della terra - ebbene, tale capo di governo verrebbe destituito immediatamente dalla rabbiosa reazione popolare, e sostituito con un altro più ossequioso della volontà della gente. Tale esempio si applica anche a tutti gli altri privilegi che i cittadini del ricco mondo occidentale hanno proprio in virtù del loro sistematico sfruttamento delle risorse del terzo mondo. Qualsiasi privilegio ingiusto venisse abolito da un governante illuminato significherebbe la fine politica immediata di tale governante, ed il subitaneo ripristino del privilegio da parte del governante successivo.
Questo principio è valido in tutte le nazioni democratiche.
Vediamo allora che l'unico vero colpevole delle ingiustizie del mondo sono i cittadini dei paesi ricchi non disposti a rinunciare ai loro privilegi. Ipocritamente, per sentirsi più buoni, si getta eventualmente la colpa sui governanti dei G8, indubbiamente un buon agnello sacrificale, invece che prendersela con il proprio vicino di casa o con se stessi (quando in prima persona non si è disposti a rinunciare per primi ai propri privilegi). Altro capro espiatorio prediletto sono le multinazionali. Bene, le multinazionali sono certamente più colpevoli dei governanti, ma... cos'è una multinazionale? Non ci sono persone in una multinazionale, ma solo consigli d'amministrazione, i cui componenti umani sono intercambiabili. La multinazionale non è un organismo umano, e quindi non può avere alcuna colpa, poiché è un'entità amorale. Dare la colpa ad una multinazionale è come dare la colpa ad un'automobile, al proprio computer o ad una tazza di caffè. Il potere di una multinazionale nasce da coloro che usano i suoi servizi. Non c'è modo di colpire una multinazionale se non boicottando i suoi prodotti. Quanti attivisti antiglobalizzazione fumano Marlboro o Camel? Quanti antiglobal bruciano benzina Esso, Shell, eccetera nelle loro auto e nelle loro molotov? Quanti dei black bloc che hanno dato fuoco alle banche hanno tuttavia altrove un conto in banca dove custodire i risparmi? Potrei continuare con mille esempi. Tutta la gente comune (e anche quella meno comune) foraggia le multinazionali perché nessuno è disposto a rinunciare ai privilegi ai quali si è abituato. Siamo tutti dannosi. Ma sapere di essere dannosi è fastidioso, e allora si inscenano feste catartiche in cui si celebra la colpa di qualcun'altro. Di per sé la protesta contro le ingiustizie del mondo sarebbe corretta e sacrosanta. Diventa tuttavia surreale e grottesca quando in aggiunta alle inevitabili contraddizioni di base essa si trasforma in un insensato happening vandalico indiscriminato. Una grande festa popolare in cui diventa valido bruciare automobili di persone qualsiasi, insultare ed aggredire poliziotti senza particolari colpe in merito alle ingiustizie del mondo. Ma non è avventandosi contro i simboli che la realtà muta, dato che la magia non esiste. Lottare contro un nemico immaginario è più confortante che scoprire che il nemico del mondo sei tu, assieme a tua madre, tuo padre, tua sorella, tuo fratello e tutti i tuoi amici e vicini, assieme al tuo barbiere e al verduraio. Ma è grottesco, nonché terribilmente umano. Il movimento antiglobalizzazione nei paesi occidentali lotta quindi contro il proprio stile di vita, senza rendersi conto che non c'è soluzione di continuità tra il nemico e sé. Fa la guerra a se stesso illudendosi che sia qualcun'altro.
Tuttavia, dall'11 settembre 2001 è evidente a tutti che nel mondo il vero movimento antiglobalizzazione è un altro. I fondamentalisti islamici non hanno le contraddizioni dei nostri antiglobal. Essi rigettano davvero lo stile di vita e di pensiero del mondo occidentale, e non ci stanno a vedere i popoli islamici colonizzati dalla indubbia invadenza dell'espansionismo americano. Dichiarare guerra a costoro è un gesto scenico, ma senza il concreto ed effettivo appoggio della maggioranza dei mussulmani moderati ci sarà ben poco da fare. Il futuro è totalmente imprevedibile. Dello scenario ottimista abbiamo già brevemente accennato, e comunque non c'è troppo da dire. Lo scenario pessimista è invece letterariamente più interessante. Un'escalation del conflitto potrebbe trasformare una certa fantascienza di serie B in realtà. Cosa avverrebbe infatti se nei prossimi anni i fondamentalisti mettessero in atto aggressioni terroristiche con armi nucleari? Non ci vuole poi troppo a contrabbandare una bomba atomica in una grande città americana od europea e farla saltare. Quale sarebbe la reazione americana ad un evento del genere? Con quali armi verrebbero a questo punto annientate quali nazioni? E quali popoli? I morti si conterebbero a milioni o a miliardi? Potrebbe la civiltà sopravvivere ad uno sviluppo del genere?
Lasciando gli scenari apocalittici al loro destino e tornando alle nostre piccole cose, l'11 settembre 2001 segna anche il brusco (benché parziale e temporaneo) tramonto di alcune delle nostre allucinazioni. Tutti, tutti, tutti coloro che in un modo o nell'altro si sono trovati coinvolti nell'aggressione alle torri gemelle - sia nelle veste di vittime, che di testimoni oculari, che di semplici spettatori televisivi - hanno riferito di avere avuto l'impressione di assistere ad un film. Tutti i cervelli di tutti gli esseri umani di tutto il ricco mondo occidentale sono per anni ed anni stati contaminati dalle allucinazioni che il cinema e la televisione hanno quotidianamente riversato in essi. I nostri cervelli hanno così imparato che certe catastrofi sono effetti speciali, e adesso fanno fatica a cambiare interpretazione. Troppe allucinazioni per troppo tempo hanno fornito ai nostri cervelli una fittizia esperienza in merito a certe categorie di fenomeni che non possiamo dimenticare più. Mentre le torri di New York bruciavano e crollavano, un pezzo del cervello di milioni e milioni di persone era più sconcertato dalla mancata irruzione sulla scena di Bruce Willis o Sylvester Stallone o Schwarzenegger o l'eroe di turno, che dal disastro in sé. Abituati a vedere i Cattivi puniti prima della fine del film, siamo rimasti sconcertati dall'assenza di personaggi che interpretassero il ruolo dei cattivi. Per somma fortuna per l'immaginario pubblico c'era un nome - un solo nome - che in fretta e furia potesse venir scritturato - volente e nolente - per il ruolo dell'eroe negativo. Osama Bin Laden, il fanatico miliardario saudita, un personaggio che sembra scaturire dalla penna di uno sceneggiatore senza originalità. Il film è salvo. Gli hanno già dato anche un titolo: Giustizia infinita. (Infinite Justice; potevano fare di meglio; per esempio Justice Forever). Per poter venire compresa, la realtà deve copiare dalle allucinazioni alle quali siamo abituati.
Dico tutto ciò mentre io stesso mi scopro contaminato da anni ed anni di allucinazioni televisive. Il pezzo più stupido del mio cervello aspetta con impazienza che inizi la guerra che continuerà il film. Io so benissimo che non è un film, ma un pezzo stupido del mio cervello è sprofondato nel limbo delle allucinazioni a cui è abituato, e se ne frega delle mie razionalizzazioni. Non mi è simpatico questo pezzo del mio cervello. Eppure c'è e me lo tengo perché non posso fare altro. Tutti ci attendiamo la prosecuzione del film perché siamo matti, perché non riusciamo a rinunciare alla percezione che in fin dei conti si tratti di un film. Siamo tutti completamente matti, e a questo riguardo lo siamo allo stesso modo, anche se in differente misura. Per questo di solito non ce ne accorgiamo. Solo quando il disastro ci sfiora davvero la nebbia si squarcia per qualche istante e le allucinazioni tramontano per un po'. Ma la lucidità dura poco, sempre che lucidità possa esserci. All'indomani del crollo delle torri del World Trade Center sono entrato in un bar qualsiasi per bere un cappuccino. Il barista è giovane. Ha una faccia normale. C'è la radio accesa, ed una voce dice che in segno di lutto per la tragedia americana le partite di calcio in programma quel giorno sono state rinviate. Il barista impreca, bestemmia. Tra un improperio e l'altro mugugna che quella sera la partita vuole proprio vedersela. Il velo non si è squarciato per tutti. Molti sono ormai così perduti dentro le loro allucinazioni che nulla di reale, probabilmente, può più raggiungerli. Anche i terroristi islamici sono matti. Qualcuno ha scritto di temere, a partire da oggi, un conflitto fra culture diverse. Non è questo il problema. Il vero ed unico problema è lo scontro tra pazzie incompatibili. Quale sarà la follia vincente?



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