punti di vista diversi di Roberto Quaglia

Ciò che s'incontra qui appartiene alla Grande Famiglia delle Tracce di Quaglia, cioè quella roba che avanza quando qualcuno che si chiama Quaglia esiste senza farne segreto.


La burocrazia, il fondamentalismo religioso e il campionato di calcio salveranno il mondo

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PENSIERO STOCASTICO

Come Philip Dick è capace di smontare la realtà e di far crollare tutte le certezze. Come Robert Sheckley è capace di riderci sopra. Ma per quanti paragoni si possano cercare, l'unica cosa certa è che Roberto Quaglia è unico. E forse è una fortuna.

Non tutti ci crederanno, ma nell'arco della mia vita mi è capitato di conoscere svariate persone intelligenti. Alcune di esse (poche), addirittura decisamente geniali. Tuttavia, tanta intelligenza era in quasi tutti questi individui sempre venata da un curioso elemento di intensa e paradossale stupidità: l'incapacità assoluta di analizzare criticamente ed oggettivamente per quello che sono e l'importanza che hanno le categorie dell'intelligenza e della stupidità umana.
C'è un senso di orgoglio tribale di appartenenza, per il quale le persone intelligenti sono quasi sempre fiere ed orgogliose della loro intelligenza, proprio come gli italiani sono fieri di essere italiani, i tedeschi sono fieri di essere tedeschi, i russi fieri di essere russi, e così via. Ben poche persone intelligenti rinunceranno a valutare la propria intelligenza come una qualità essenzialmente positiva, né accetteranno di considerare la stupidità umana come una qualità importante come e più dell'intelligenza per gli equilibri del mondo. Al contrario, pensatori, filosofi ed intellettuali indulgono volentieri al romantico pensiero che il cammino dell'umanità sia un tormentato, ma nobile, pellegrinaggio dalle millenarie tenebre dell'ignoranza, della stupidità e dell'oscurantismo verso un radioso futuro di illuminato progresso ed intelligente ed armoniosa civiltà. Ma quando? Ma dove? Ma perché? Questo sogno (oserei dire questa allucinazione), trova scarsissimi fondamenti e ragion d'essere di fronte ad un osservazione appena più accurata della realtà.
Se la stupidità fosse così nociva per la società umana, perché mai esisterebbe ancora? Ed in tale soverchiante quantità? E se l'intelligenza fosse così utile, perché in giro non ce n'è di più? La natura non è né buona né malvagia, ma è per definizione efficiente. Contrariamente alla convinzione degli intellettuali benpensanti, noi viviamo nel migliore dei mondi possibili. A tale proposito vi consiglio il celebre discorso di Metz di Philip K. Dick, Se questo mondo vi sembra brutto, dovreste vedere qualcuno degli altri. I mondi migliori, che pure siamo in grado di immaginare, semplicemente non sono possibili, almeno nel momento in cui li immaginiamo, altrimenti esisterebbero già. Immaginare un mondo migliore può servire a creare le condizioni affinché esso divenga possibile, oppure no.
La maggior parte degli esseri umani sono stupidi. Le persone intelligenti sono una microscopica minoranza, ed anche nelle persone intelligenti i momenti di stupidità abbondano. Direi addirittura che anche le persone intelligenti sono piuttosto stupide per la maggioranza del tempo, e si distinguono dalle persone completamente stupide solo per i temporanei stati di grazia nei quali la loro intelligenza (o il loro genio) si manifesta per brevi periodi; nel resto del tempo, le persone intelligenti vivono di rendita sfruttando al meglio i momenti felici nei quali la loro intelligenza ha prodotto qualcosa, limitandosi a credere più o meno ciecamente (quindi stupidamente) ciò che in fasi precedenti la loro intelligenza o il loro genio li ha condotti a comprendere. Tutto ciò non può essere un caso. L'onnipresente stupidità non può essere un mero incidente di percorso. Tutto ciò che esiste ha una sua precisa ragion d'essere in quel mirabile ingranaggio di equilibri tra gli elementi del mondo che noi chiamiamo la natura. Quindi la stupidità non è semplicemente assenza di intelligenza. La stupidità è una qualità che ha un valore ed un'utilità di per sé. Un'utilità che - viste le proporzioni - deve per forza essere molto più importante di quella rivestita dall'intelligenza. In altre parole, senza intelligenza il genere umano può sopravvivere benissimo, senza stupidità esso è destinato ad estinzione immediata.
Comprendere tutto ciò non è un processo piacevole. Non è divertente rendersi conto che la famigerata stupidità umana non è un temporaneo effetto collaterale, un rimediabile incidente di percorso, bensì forse l'unica speranza di sopravvivenza della specie umana. Dite che sto esagerando? Mi piacerebbe che aveste ragione, ma non in una misura sufficiente a farmi credere che la realtà sia come a me piacerebbe che essa fosse.
Per anni ho discusso dell'argomento con vari amici, avvicinandomi progressivamente a queste conclusioni.
Ridotta all'osso, la domanda che ci si poneva era: in quale misura l'intelligenza è un vantaggio, ed in quali è uno svantaggio, ai fini della sopravvivenza?
Una domanda in sé abbastanza stupida, considerata la natura sfuggente del tema in oggetto; quello dell'intelligenza è infatti un terreno straordinariamente infido, anche perché la definizione di intelligenza non è semplice, né univoca. Prima distinzione: stiamo parlando di intelligenza dell'individuo o intelligenza della specie? Parlando di intelligenza si intende comunemente l'intelligenza degli individui, poiché in quanto individui siamo particolarmente idonei a riconoscere le caratteristiche che sono proprie di noi e dei nostri simili. Tuttavia, osservando su ampia scala temporale l'evoluzione delle varie specie animali e vegetali nel mondo, emergono evidenti sintomi di incredibile intelligenza, proprio al livello della specie (e non dell'individuo). Prendiamo ad esempio il papavero bianco, una pianta che - non certo casualmente - produce una resina, l'oppio, che contiene una sostanza quasi uguale all'ormone che l'ipofisi degli esseri umani (e ritengo anche gli altri mammiferi) produce per regolare il circuito del dolore/piacere. Ora, la domanda da un miliardo di miliardi è: come ha fatto il papavero bianco, nel corso della sua evoluzione, a sapere che gli conveniva produrre nella propria resina una sostanza affine all'endorfina, ma soprattutto come faceva a sapere com'era fatta a livello molecolare l'endorfina, dato che questo ormone è ben nascosto dentro al corpo degli animali, mescolato a tutto il resto? E' una domanda sconcertante, ed il discorso della pura casualità non mi convince per nulla. Si potrebbero fare migliaia di altri esempi. Il concetto è che, in tutta apparenza, le specie viventi (non gli individui) paiono essere intelligenti, molto intelligenti, ovvero architettano progetti - sviluppati nell'arco dei milioni di anni - troppo complessi per essere dovuti al puro concorso delle coincidenze casuali. Guardiamo la differenza che c'è tra una formica ed un formicaio: il formicaio ha un'organizzazione estremamente complessa che trascende di gran lunga la complessità psichica delle singole formiche. Negli esseri umani, diversamente dalla maggior parte delle altre specie viventi, l'intelligenza affiora in modo variabilmente spiccato anche al livello dell'individuo. La prossima domanda diventa quindi: a chi giova l'intelligenza dell'individuo umano?
In qualsiasi specie vivente, il valore dell'individuo è subordinato a quello della specie. Ogni individuo esiste quindi soltanto in funzione dell'utilità che esso rappresenta per la propria specie. Se la specie umana è giunta a produrre individui più intelligenti degli individui delle altre specie, questo significa che l'intelligenza degli individui umani è in sé qualcosa di evoluzionisticamente utile per la specie, cioè il formicaio umano, ma non necessariamente utile per gli individui stessi, dei quali, alla specie non gliene frega nulla. Diciamo con più precisione che la specie umana, per le sue imperscrutabili esigenze, ha bisogno di una modica quantità di individui intelligenti che ne catalizzino lo sviluppo, e di una gran massa di zombi che con la loro inerzia mentale ne garantiscano la stabilità. Per questo la percentuale degli individui sensibilmente intelligenti è da sempre bassa, e così sarà anche in futuro. Inoltre, alla specie nulla importa di ricompensare le proprie pedine intelligenti, dato che l'intelligenza ovviamente non è in sé un valore o un merito (da ricompensare), ma solo il simbolo che noi adottiamo per rappresentare la capacità di svolgere funzioni di particolare complessità. L'intelligenza dell'individuo risulta per l'individuo utile in senso evoluzionistico (cioè ti permette di sopravvivere ed arricchire) solo quando per caso coincide e si incastona bene con altre esigenze della collettività. Se l'intelligenza individuale fosse di per sé una caratteristica evolutivamente utile all'individuo, per la legge della selezione naturale il mondo pullulerebbe oggi di individui geniali mentre gli stupidi si sarebbero da tempo estinti. La realtà dei fatti dimostra che l'intelligenza non e' affatto evoluzionisticamente utile all'individuo che ne ha parecchia, e l'assoluta predominanza degli scemi nel mondo ci fuga gli ultimi dubbi a riguardo. L'intelligenza dell'individuo umano giova quindi alla specie, non all'individuo che ce l'ha.
Queste erano le mie riflessioni di qualche anno fa sul tema (sviluppate tra l'altro già in un vecchio Pensiero Stocastico).
Poi, qualche tempo dopo, mi capitò tra le mani un brillantissimo libro, Elogio dell'imbecille, di Pino Aprile. A dispetto del titolo sempliciotto, si tratta di uno dei pochi libri di matrice italiana dell'ultimo decennio che in me abbiano lasciato una traccia degna di menzione. Si tratta di un'opera brillante ed ispirata, suggellata qua e là da autentici colpi di genio.
Il tema, assai credibile, è che l'intelligenza dell'individuo umano non giovi da tempo più neanche alla specie. E che quindi ci sia da migliaia di anni in atto una forte pressione selettiva da parte della specie per ridurre l'intelligenza degli individui umani, una tendenza che avrebbe ultimamente accelerato, di pari passo con l'esplosione demografica del genere umano. Sebbene Pino Aprile sviluppi la tesi un po' troppo a senso unico, la sua analisi di fondo è nei suoi tratti fondamentali perfettamente logica e plausibile. Sulla base delle considerazioni di Aprile, ho quindi aggiustato il tiro delle mie riflessioni.
La specie dell'essere umano sviluppò la sua tipica intelligenza tanti anni fa (dicesi milioni). Uscito dalle foreste a causa di pressioni ambientali a noi ignote (probabilmente un problema di sfratto), il primate che poi sarebbe divenuto l'essere umano si trovò nella savana africana alle prese con un problemuccio: i mammiferi in circolazione erano tutti o erbivori o carnivori, ed entrambe le categorie avevano avuto milioni e milioni di anni per specializzarsi nei loro ruoli. Il proto-uomo era invece uno scimmione perdigiorno, abituato per vivere a raccattare frutti e insetti che la foresta offre in abbondanza, e grattarsi la pancia nel resto del tempo. In confronto alle dure leggi della savana, la foresta era un posto da fighetti. Il proto-uomo, abituato ai quartieri alti dell'ecosistema, non era fatto per sopravvivere nel Bronx dell'epoca - le vaste praterie senza frutti né nascondigli, ed un sacco di bestie cattive pronte a reclutarti a forza per la loro cena, in veste di pietanza. Per sopravvivere, il proto-uomo non aveva che due scelte: o imparava a brucare meglio degli erbivori, o imparava a cacciare meglio dei carnivori. Brucare meglio degli erbivori avrebbe potuto essere una valida scelta, ma il proto-uomo decise invece di provare a cacciare meglio dei carnivori. Molti vegetariani, oggi, tentano di sovvertire questa antica scelta, e solo il tempo dirà se ci riusciranno. All'epoca, tuttavia, brucare meglio degli erbivori non sembrò una valida opzione. Anche perché per fare l'erbivoro in una prateria africana non basta imparare a brucare e a metabolizzare l'erba. Bisogna anche imparare a difendersi dai predatori carnivori. Bisogna imparare a correre a 70 e più chilometri all'ora per sfuggire agli agguati, bisogna adunarsi in foltissimi branchi di modo da concedere non più di una minoranza della popolazione alla fame dei predatori. E poi bisogna farsi crescere anche le corna per difendersi dai carnivori. Forse fu proprio la faccenda delle corna a dissuadere il proto-uomo, oppure fu un problema di palato (avete mai provato a mangiare erba tutti i giorni? Non parlo di lattuga e rucola - erba, erba secca di prato, fieno!). Fatto sta che il proto-uomo scelse la via di cacciare meglio dei carnivori. E qui si trovò di fronte ad un problema non da poco. Al confronto di qualsiasi altro carnivoro, il proto-uomo era del tutto disarmato: niente denti taglienti, niente artigli affilati, un senso dell'olfatto ridicolo, una massa muscolare utile forse per qualche elegante volteggio tra gli alberi, ma del tutto inadeguata a predare animali più grossi dei conigli. Insomma, una situazione pressoché senza speranza, considerando i milioni e milioni di anni che gli altri animali della savana avevano invece avuto a disposizione per assumere le forme e gli istinti più appropriati. E allora il proto-uomo per non estinguersi scelse di sviluppare a dismisura l'unico organo che già aveva in abbondanza rispetto agli animali suoi concorrenti: il cervello. L'accresciuta massa cerebrale permise al proto-uomo di bruciare le tappe del proprio adattamento all'ecosistema. Gli permise di sviluppare rapidamente strategie di caccia di branco. E soprattutto gli permise di creare utensili (lance, coltelli, ecc.) che potessero supplire alle sue mancanti armi naturali (denti, artigli, muscoli, ecc.). A questo e solo a questo doveva servire il cervello. Il fatto è che se ti compri un'automobile per fare il rappresentante di commercio, poi la usi anche per andare in vacanza. L'essere umano dell'antichità si ritrovò nel cranio uno strumento con il quale si poteva fare molto di più che costruire lance e coltelli. Beh, quello che poi l'essere umano ha fatto con il proprio cervello lo sappiamo tutti, e da un punto di vista estetico si tratta certamente di un'opera straordinaria. Tuttavia, il successo evolutivo dell'essere umano ha condotto alla sua proliferazione esponenziale, e la sua proliferazione esponenziale ha mutato alcuni equilibri fondamentali.
Quando i primi esseri umani vivevano in piccoli gruppi di 20-100 individui, l'intelligenza individuale era un dono essenziale. La presenza di uno o più individui intelligenti all'interno del proprio gruppo poteva voler dire la differenza tra la vita e la morte per tutto il gruppo. Neanche allora era necessario che tutti fossero particolarmente intelligenti (anzi!), ma senza qualcuno in grado di interpretare la realtà meglio degli altri e trovare soluzioni efficienti ai problemi di sopravvivenza, la vita si faceva assai più dura. La proliferazione numerica delle popolazioni umane mutò questo ordine delle cose. Più una popolazione umana cresce, infatti, maggiori sono le funzioni, le regole e le leggi che gli individui che ne fanno parte devono rispettare, di modo da non minare e distruggere gli ingranaggi della società di cui sono parte. Il modo migliore per rispettare una regola o una funzione, è quella di essere abbastanza stupidi da non chiedersi se tale regola o funzione sia giusta, utile e sensata oppure no. L'intelligenza produce dubbi ed inibisce l'azione a favore dell'analisi e della riflessione. Potrebbe un boia, un soldato, un avvocato od un giornalista continuare a fare in modo non sconveniente il proprio lavoro se una provvidenziale dose di mirata stupidità non gli facesse apparire come perfettamente normale, giusta e sensata l'attività da egli svolta per la sua vita intera? L'aumento di complessità della società umana unita alla crescita delle popolazioni esige un proporzionale abbassamento dell'intelligenza individuale affinché il meccanismo non s'inceppi ed il sistema non collassi.
Negli ultimi millenni, l'aumento della biomassa del genere umano è aumentato in misura esponenziale. In genere, la biomassa dell'umanità raddoppia ogni 35 anni. Nei paesi poveri, l'aumento della biomassa è conseguito mediante l'alto tasso di natalità. Nei paesi ricchi, l'aumento di biomassa è conseguito dalla crescente obesità dei cittadini, unita all'innalzamento della statura media delle persone, generazione dopo generazione. L'aumento della quantità di DNA e carne umana nel mondo sembra quindi non potere avere mai fine. Ma noi sappiamo che l'ecosistema è finito, e prima o poi (più prima che poi) non ci sarà più spazio per ulteriori aumenti di biomassa umana. L'aumento della biomassa umana è una diretta conseguenza dei successi dell'intelligenza umana. Molti idealisti ottimisti (il buon Isaac Asimov in testa) hanno teorizzato che solo l'uso dell'intelligenza umana (e della sua estensione ad utensile - la tecnologia) potrà salvare l'umanità dall'estinzione causata dai successi stessi del cervello umano (bombe atomiche, effetti serra, ecc.) Più che un ragionamento logico, questa a me sembra una speranza emotivamente basata. La semplice osservazione della realtà ci dice che l'evoluzione segue le vie ad essa più congeniali, le quali non necessariamente rispondono ai nostri requisiti estetici. Se è vero che i progressi della scienza aumentano ogni giorno di più il sapere complessivo dell'umanità, è altrettanto vero che a questo aumento di sapere collettivo corrisponde un parallelo aumento di stupidità negli individui. Gli scienziati moderni stessi sono necessariamente resi più stupidi dei loro antichi predecessori dalla natura stessa dell'odierno progresso della ricerca scientifica: la iperspecializzazione costringe gli scienziati a divenire veri e propri Fachidioten, idioti su qualsiasi cosa che esuli dal sottocampo specifico della loro area di specializzazione, nella quale e solo nella quale il loro genio può muoversi ed esprimersi, a beneficio dei pochi loro simili in grado di comprenderli. Lo scienziato geniale crea la bomba atomica o il germe modificato dell'antrace con la stessa stupida disinvoltura con la quale inventa un farmaco miracoloso. D'altra parte, anche il farmaco miracoloso elargito ai poveri del terzo mondo salva - diciamo - un milione di individui con l'unico risultato pratico che tale milione di individui genererà in seguito cinque milioni di bambini destinati a morire di fame quasi tutti (offerta: salvane uno per ucciderne cinque). In epoca moderna anche il genio, estrapolato dal proprio contesto e proiettato su scala globale può apparire come diabolicamente stupido. Al tempo delle caverne, il genio era genio. Al giorno d'oggi, il genio puro non esiste quasi più, e qualsiasi individuo geniale troverà tuttavia mille e mille occasioni per rendersi stupido agli occhi degli altri e di sé. Ritengo quindi abbastanza improbabile che a salvare l'umanità dall'umanità possa essere l'intelligenza. Se l'intelligenza fosse lo strumento migliore per salvare il mondo, vedremmo in giro già qualche segnale incoraggiante. C'è tuttavia una possibilità soltanto che sia l'intelligenza a salvare il mondo, anche se non è una prospettiva molto allettante per noi: in caso di autentica catastrofe globale (parlo della rapida scomparsa violenta di più del 90% degli esseri umani), la pressione delle forze evolutive potrebbe forzare a fronte del rischio estinzione la nascita di una forma mutante di esseri umani intellettualmente superiore; il superuomo, insomma, un po' come nel celebre film Il Villaggio dei Dannati, oppure nel romanzo Nascita del Superuomo di Theodor Sturgeon, o Cronache del dopobomba di Philip K. Dick, o in molta altra letteratura di fantascienza. D'altra parte, non è forse storicamente dimostrato che l'evoluzione impara solo dalle catastrofi? Scordiamoci il superuomo senza catastrofe.
La prospettiva di una catastrofe globale, per quanto spiacevole da un punto di vista pratico per chi si ritrova costretto a perirci tra mille supplizi, è tuttavia uno scenario esteticamente grandioso. Insomma, morire per morire da più soddisfazione trascorrere i propri ultimi attimi nel bel mezzo di uno straordinario cataclisma epocale. Sempre meglio che avvizzire lentamente con l'Alzheimer in un tristo lettino da lungodegenti di uno squallido ospedale qualsiasi. Ma, come si è detto, l'evoluzione procede per le vie ad essa più comode, non per quelle a noi esteticamente più gradevoli. La catastrofe globale è certamente uno sviluppo infinitamente più probabile rispetto a quello della tanto sognata indolore e felice affermazione dei principi di giustizia, intelligenza, buon senso e razionalità in tutto il mondo. Tuttavia, non è detto che ci si debba arrivare, alla catastrofe, e comunque non in tempi brevissimi. Il successo evolutivo dell'umanità potrebbe venire ancora per qualche tempo salvaguardato dalla cenerentola delle virtù umane: la stupidità.
Osservando con occhio disincantato il mondo in cui siamo, non è difficile scorgere ovunque una disperata ricerca di stupidità da parte di un'umanità ancora fin troppo intelligente per sopravvivere a lungo. Nel mondo moderno, gli stupidi sono prolifici, gli intelligenti no. Questo vale sia a livello individuale che a livello globale. Nei paesi in cui si studia di più, ci si riproduce di meno. Inoltre, nei paesi più ricchi, dove si studia di più, si vive tuttavia anche molto più a lungo, cioè si invecchia e si rincretinisce. La longevità nei paesi ricchi serve alla specie soltanto per porre un ulteriore freno all'intelligenza complessiva, intelligenza che la nostra specie spasmodicamente combatte inventandosi addirittura l'Alzheimer, che come si sa è un lento processo di suicidio dei neuroni, che serve a spegnere gli esseri umani senza ucciderli; ogni vecchio che muore libera infatti un posto per un giovane con il cervello fresco, il che non va bene. Molto meglio è mantenere l'ingombro il più a lungo possibile. In ultima analisi, la specie umana sa quello che fa, e quale altra ragione potrebbe avere la specie umana ad abbassare la natalità nei paesi evoluti ed a riempirli progressivamente di vecchi rimbambiti, oltre a quella di porre un freno alle attività dell'intelligenza? Il risultato di tutto ciò è che anno dopo anno il rapporto nel mondo tra individui colti ed intelligenti e persone ignoranti e stupide si sbilancia sempre di più nella direzione dell'ignoranza e stupidità. Ed il nostro sistema politico preferito, la democrazia, sancisce che a comandare sia la volontà della maggioranza, e come abbiamo appena visto la maggioranza degli scemi diventa nel mondo sempre più ampia (non fu d'altra parte Schiller, il poeta tedesco, a chiedersi a tale proposito: quando mai è la maggioranza ad avere ragione?). Inoltre, in un sistema democratico il voto di un mongoloide (o di qualsiasi altro minorato mentale) vale quello di professore universitario, ed anche questo non è casuale. Bisogna solo rendersi conto che il fine della nostra specie è quello di istupidirsi, e poi tutto assume fatalmente una coerenza sublime ed ammirevole. Non è che nei sistemi dittatoriali la situazione sia migliore. Pochi anni fa, i Khmer Rossi sterminarono in Cambogia sistematicamente chiunque fosse sospettato di saper leggere, mentre Hitler, poco prima, dovendo scegliere chi sterminare, prese di mira uno dei popoli più intellettualmente significativi dell'umanità.
Dall' Elogio dell'imbecille, di Pino Aprile: L'intelligenza opera a favore della stupidità e ne alimenta l'espansione. (...) La scintilla del genio brilla per un attimo nell'oscurità. La cultura trasforma quel lampo in luce per tutti. E ne acceca le menti. La ripetizione è un esercizio banale, ma ha un effetto riduttivo per le capacita mentali di chi la pratica. (...) Un colpo di genio portò un uomo eccezionale a scoprire il fuoco; ma a quel falò si scaldarono pure i cretini.
Il tema è che la cultura stessa, contrariamente a quanto verrebbe da pensare, può agire da inibitore delle facoltà mentali. La cultura può a volte rivelarsi un utile catalizzatore di pensiero per una persona intelligente. Ma per tutti gli altri essa altro non fa che fornire un'ampia gamma di utensili da usare a piacimento senza capirli. Anche le nozioni sono infatti utensili che possono venire usati senza comprenderli, ed ho conosciuto cattivi professori universitari a sufficienza da vedere l'esattezza di questa tesi verificata. Ridotta ad utensile, la cultura è ereditabile da qualsiasi zoticone, che da quel momento la userà con padronanza ed efficacia pari alla sua incompetenza. Solo tra gli uomini il figlio del re diventa re, anche se cretino, disse lo scrittore e pastore Gavino Ledda, per questo preferisco le pecore.
Se anche la cultura, fiore all'occhiello di un'umanità a parole piena di sé, così convinta di elevarsi al di sopra degli altre forme di vita, si rivela nella maggior parte dei casi come un elemento inibitore della creatività, comprendiamo bene come debba essere intensa e disperata da parte della nostra specie la ricerca della stupidità perduta. Ma se la cultura, come Penelope, da un lato (raramente) catalizza il genio e dall'altro (quasi sempre) lo inibisce (se catalizzasse il genio più spesso ci sarebbe molta più gente intelligente in giro), c'è un'altra invenzione dell'umanità che a catalizzare il genio non provvede proprio mai, un gigante e geniale mastodonte tentacolare pregno delle qualità quasi-divine dell'onnipresenza e dell'immortalità, unite ad una forza pigra, ma costante ed implacabile: la burocrazia.
La burocrazia esiste fin dai primordi della civilizzazione umana all'unico scopo di rallentare tutto. Il sistema burocratico mette insieme i cervelli e li spegne, afferma Pino Aprile. In realtà, questo è solo il primo degli effetti della burocrazia, che riguarda soprattutto i burocrati. Come scoprì lo studioso inglese Lord Nortcot Parkinson, qualsiasi burocrazia, per il semplice fatto di esistere, tende a crescere secondo un tasso minimo del 5% annuo. Spegnendo il cervello dei burocrati che essa ingloba anno dopo anno, la burocrazia opera già un'efficace opera di potatura dell'intelligenza complessiva di una società. Ma la geniale utilità della burocrazia è quella - per definizione - di regolamentare (eufemismo), ovvero mettere i bastoni tra le ruote di chiunque faccia o voglia fare qualcosa. La burocrazia è il freno a mano tirato di un'umanità lanciata a velocità eccessiva. E' palese il fatto che la più grossa minaccia per la sopravvivenza dell'umanità consista nello sfrenato sviluppo tecnologico della specie umana, al quale si accompagnano l'esplosione demografica, il progressivo esaurimento delle risorse naturali e la compromessone di tutti quegli equilibri ecologici che ci permettono di sopravvivere sul nostro bel pianeta azzurro. Ebbene, la burocrazia è una delle più colossali armi segrete con le quali il genere umano sta cercando di proteggere se stesso dagli effetti della propria proliferazione. Più l'intelligenza di una società aumenta, più burocrazia ci vuole per contrastare gli effetti deleteri che tale intelligenza avrebbe per i nostri destini. Molti individui (io in testa) maledicono ad ogni occasione una burocrazia apparentemente buona a nulla oltre che ad impedire a te di fare ciò che la tua intelligenza ti porterebbe a fare, una burocrazia dall'aspetto parassitario che pare non abbia altra finalità che intrappolarti tra le sue briglie, abortire i tuoi progetti e rendere inefficaci le tue azioni. Ebbene, questo è esattamente ciò che una buona burocrazia deve fare, ma la finalità ultima è un'altra: la burocrazia si comporta così solo al fine di salvare il genere umano dalla sia stessa eccessiva efficienza. Già la specie umana sfreccia nel proprio sviluppo ad una velocità e con un'accelerazione tali quali non si sono mai vedute in tutta la storia del mondo, figuriamoci se non esistessero le burocrazie a fungere da (insufficiente) zavorra. In futuro, nel mondo finalmente globalizzato, la burocrazia globalizzata arriverà forse ad inglobare la maggior parte degli esseri umani della terra, paralizzando ovunque le attività intelligenti dei più vispi, fino a spegnerne vitalità, spirito d'iniziativa e motivazione. Forse. Ma anche la burocrazia non è onnipotente ed ha dei limiti. La burocrazia frena, ma non distrugge. Provate a correre con cinquanta chili di zavorra sulla schiena: la prima settimana arrancherete con grande fatica, dopo un mese riuscirete già a trotterellare con una certa disinvoltura, dopo un anno il diametro delle vostre gambe sarà raddoppiato e voi vi sarete abituati a correre senza neppure accorgervi della zavorra. Per quanto una burocrazia si affanni a frenare la corsa dell'umanità, prima o poi si selezionerà nel mondo una classe di individui sufficientemente ostinati ed agguerriti da contrastare l'inerzia di qualsiasi burocrazia. Per salvare il mondo, quindi, la burocrazia non sarà sufficiente. Verrà il momento in cui frenare l'intelligenza umana non basterà più. L'unico modo per veramente frenare l'azione dell'intelligenza umana sarà la sua distruzione fisica. E, per realizzare un opera di tale ambizione, quale migliore strumento ha a disposizione la specie umana del fondamentalismo religioso?
Il fondamentalismo religioso è per definizione una delle più elevate ed efficienti fabbriche di stupidità organizzata. Un individuo potenzialmente intelligente, sottoposto sin dalla più tenera età ad una sistematica educazione di tipo religioso fondamentalista, non potrà in età adulta che diventare un sostanziale imbecille. Un alto quoziente intellettivo, qualora ci fosse, non farebbe altro che dare maggiore forza ed efficacia al suo agire in accordo a regole stupide. Rispetto ad una struttura burocratica, una organizzazione sociale di tipo religioso fondamentalista è molto più indicata per eliminare radicalmente l'intelligenza dal mondo. Nel momento in cui scrivo, si intravedono già nel mondo segni di attività in tale direzione. Poiché sono abbastanza egoista, spero personalmente che l'intelligenza vinca la sua battaglia contro il fondamentalismo religioso, e già che c'è magari dia pure due colpi anche alla burocrazia (non guasterebbe), anche se tutto ciò potrebbe volere dire in prospettiva la fine del mondo. Tuttavia, per quanto esteticamente poco auspicabile, può darsi che l'unica salvezza per l'umanità e tutti gli altri mammiferi che non abbiamo già sterminato (per non parlare delle foreste di tutto il mondo, ecc.) consista proprio nella regressione ad una società di tipo medievale, o antecedente. Peccato per l'intelligenza. Non era male, anche se non era ben chiaro a cosa servisse. Per lo meno si trattava di una manifestazione pregevole della natura, esteticamente mirabile e scarsamente noiosa. Ma non tutto quello che è bello è utile e indispensabile (altrimenti tutte le donne del mondo sarebbero belle). E comunque, non saranno in molti ad accorgersi della sua mancanza. Metà dell'umanità per definizione ha già un'intelligenza inferiore alla media. Resta da istupidire solo l'altra metà, ma con un po' di zelo ce la si farà. Per giustificare completamente il titolo di questo pezzo dovrei adesso parlare anche dell'attività instupidatoria - e quindi salvifica - operata dai campionati di calcio - una dei più efficaci riduttori di intelligenza mai escogitato nella storia dell'umanità. Ma siamo sicuri che sia davvero necessario?
Ci piaccia o no, come osserva Pino Aprile, l'imbecillità è necessaria alla sopravvivenza della nostra specie, per quanto possa dar fastidio agli intelligenti rimasti.
Tutto questo discorso non vi ha convinto? Mi costringete allora a scagliarvi contro la domanda definitiva, quella che una volta formulata vi inseguirà fin dentro ai vostri sogni ed incubi:
Come mai, nonostante l'evidente dilagare della stupidità, il mondo funziona sempre meglio?



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